Il caso Sallusti mostra l’anomalia del sistema penale

La notizia di questi giorni per cui il giornalista Sallusti, direttore di un noto quotidiano, rischi seriamente l’esecuzione di una pena detentiva a 14 mesi di reclusione per una diffamazione a mezzo stampa, non pone – a mio parere – il problema del sistema processuale (per il quale, in presenza di recidiva reiterata non è possibile sospendere l’esecuzione della pena in attesa che il tribunale di Sorveglianza decida su eventuali misure alternative alla detenzione), bensì scopre un nervo sensibile del sistema penale sostanziale. Come è possibile che reati di trascurabile o nullo impatto sociale, quale sicuramente la diffamazione (pur nella forma aggravata dal mezzo della stampa) siano puniti con pena detentiva? Quale esigenza di generalprevenzione deve motivare la previsione astratta del carcere per fatti reato simili, in luogo, ad esempio, di robuste sanzioni pecuniarie probabilmente più efficaci sotto il profilo disincentivante?

E si badi che oltretutto una pretesa punitiva così immotivatamente rigorosa nei confronti di illeciti di opinione, soprattutto quando concernono la libera stampa, assume il sapore aspro della censura, della bacchettata che zittisce: cose che in una democrazia e in un sistema giudiziario “normali” non dovrebbero proprio essere ammesse.

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Le polemiche sulla prescrizione

Recenti pronunce giudiziali hanno riacceso l’attenzione mediatiche sull’istituto del reato. Come sempre accade, i mezzi di informazione riportano commenti di soggetti politici, che focalizzando l’attenzione sulla valenza appunto politica della sentenza, tuttavia non centrano il punto giuridico della questione e creano confusione.

Mi pare che il focus vada posto su due aspetti: il primo è quello che una declaratoria di estinzione del reato per intervenuta prescrizione, che arrivi all’esito (e non preliminarmente) ad un processo celebratosi interamente, con completa acquisizione probatoria, implica che l’organo giudicante abbia necessariamente valutato l’impossibilità di giungere ad una sentenza assolutoria nel merito. Ciò poichè non è revocabile in dubbio il diritto dell’imputato a vedersi assolvere, anche se il reato è prescritto. Nel caso di specie, perciò, in nessun modo la sentenza di cui parlano le cronache attuali, proprio perchè pronunciata all’esito del dibattimento, può essere intesa come “assoluzione” di merito; ed è facile prevedere che le motiazioni che verranno depositate confermeranno questo fatto.

Altro discorso che merita svolgere è quello generale sull’istituto del prescrizione, che ora è in discussione. Essa, come è noto, è stata in questi anni novellata sia nella durata dei tempi necessari a prescrivere, sia nel meccanismo stesso di calcolo di tali tempi. Io credo che il problema principale non sia tanto quello della lunghezza in sè del tempo per prescrivere un reato, ma innanzitutto quello per giungere a sentenza in tempi ragionevoli. Sarebbe molto utile e nient’affatto scandaloso, io credo, che la prescrizione rimanesse sospesa per tutta la durata della fase processuale (dal rinvio a giudizio alla sentenza) e decorresse solo nei tempi “morti”. Una simile riforma ovviamente dovrebbe essere accompagnata da un contingentamento serio dei tempi di fase cui obbligare il giudice, il quale deve essere però essere messo nella condizione pratica di celebrare il processo in tempi “ragionevoli“, come è richiesto dalla Costituzione e dalla carta dei diritti dell’uomo e come una riforma seria della giustizia italiana dovrebbe finalmente orientarsi.

L’abolizione delle tariffe professionali

Il Decreto Legge c.d. sulle “liberalizzazioni” ha, tra le altre cose, abrogato nell’immediato le Tariffe professionali che, fino ad oggi, fissavano termini minimi e massimi di diritti ed onorari per ciascuna prestazione resa dall’avvocato. La sostituzione di tali Tariffe con il previsto obbligo di fissare un preventivo scritto con l’assistito, e da quest’ultimo accettato, per ogni singolo mandato ricevuto dal patrocinatore, mi appare soluzione nient’affatto “scandalosa”, ma teoricamente utile a dare maggior tutela e trasparenza non solo al privato (che saprà prima quanto esattamente sarà il suo onere patrimoniale), ma anche per l’avvocato: il preventivo firmato da entrambi avrà, infatti, forza di contratto vincolante tra le parti anche nel caso di inadempienza del cliente, con conseguente necessità di recupero forzoso del credito professionale. Sulla scorta di questo contratto sarà possibile, senza previa richiesta di parere conforme dell’Ordine, richiedre ed ottenere decreto ingiuntivo da parte dell’avvocato.

Resterà da valutare su quali basi, in sede giudiziale, il Giudice liquiderà le spese legali in assenza di Tariffe: la determinazione sarà probabilmente rimessa all’equità del giudicante, come tale non sindacabile, nè impugnabile.

Processo per l’omicidio di Sarah Scazzi

Si apre oggi, con la prima udienza dibattimentale davanti alla Corte di Assise di Taranto, il processo contro Michele Misseri ed altri, per l’omicidio di Sarah Scazzi. Nulla è possibile dire, ovviamente, nel merito della questione. Mi sembra però interessante sottolineare la situazione forse paradossale che appare essersi creata sotto il profilo strettamente processuale: Michele Misseri, originariamente ritenuto l’autore dell’atto omicidiario, anche sulla scorta delle sue dichiarazioni autoindizianti, è oggi l’unico imputato a piede libero che risponde solo per il meno grave reato di occultamento di cadavere. Gli altri soggetti, suoi famigliari, rispondono di concorso in omicidio anche sulla scorta delle chiamate di correo rese, successivamente alla confessione, dallo stesso Misseri. Il quale, tuttavia, ad oggi (e per la verità da qualche mese) continua a ribadire di essere lui l’autore dell’omicidio della povera Sarah, con esclusione di alcuna responsabilità di tutti gli altri.

La fine di questo processo potrebbe davvero riservare sorprese, se le imputazioni non saranno suffragate da elementi oggettivi, che prescindano dalle dichiarazioni degli interessati: esse di per sè sole appaiono, infatti, estremamente contraddittorie intrinsecamente e sicuramente non tali da fondare quella prova “oltre ogni ragionevole dubbio” per la condanna. Peraltro, se l’impianto accusatorio venisse confermato dalla Corte, mi parrebbe inevitabile un’imputazione ulteriore a Misseri per autocalunnia.

La proposta “svuotacarceri”

Le prime iniziative del nuovo Ministro di Giustizia, avv. Severino, come oggi riportate dagli organi di stampa, paiono concentrarsi su una proposta legislativa c.d. “svuotacarceri”.

Il tema del sovraffollamento delle carceri, tanto più rilevante ed allarmante in relazione allo stato generale degli istituti di detenzione e pena italiani, è sicuramente uno dei punti più dolenti della giustizia penale e, dunque, rincuora, che il nuovo Guardasigilli già se ne occupi a poche settimane dal suo insediamento.

Il rimedio trovato, per ora a livello di disegno di legge, tuttavia non è né nuovo, né destinato ad essere strutturale: si tratta, in buona sostanza, di modificare, estendendolo, il periodo di pena detentiva che il condannato può espiare in detenzione domiciliare: l’art. 1 della legge 26/11/2010 n° 199, ad oggi vigente, dispone che <<la pena detentiva non superiore a dodici mesi, anche se costituente parte residua di maggior pena, è eseguita presso l’abitazione del condannato o altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza, di seguito denominato domicilio>>. Nell’intento del Ministro, tale periodo di dodici mesi arriverebbe a diciotto, con un’estensione perciò di sei mesi che il condannato per reati “minori” (cioè quelli che già non sono esclusi dall’applicazione di questa disciplina più favorevole) potrà espiare al domicilio.

Se l’intento perseguito è buono e anche le previste conseguenze pratiche, in termini di “svuotamento” delle carceri, lo sono altrettanto, osservo tuttavia due cose:

– questa disciplina prende in considerazione solo l’esecuzione delle pene detentive brevi, mentre ancora una volta non ci si occupa minimamente di prevedere efficaci misure alternative alla custodia cautelare in carcere, ovverosia alla detenzione intramuraria di chi – ed è un numero altissimo – ancora non ha subito alcuna condanna, spesso neppure in primo grado di giudizio. Reputo questo, personalmente, un vero scandalo per questo Paese;

– la disciplina della L. 199/2010, che ora si vuole modificare nel senso visto – è per definizione transitoria: la premessa posta dal citato art. 1, infatti, recita: <<Fino alla completa attuazione del piano straordinario penitenziario, nonché in attesa della riforma della disciplina delle misure alternative alla detenzione e, comunque, non oltre il 31 dicembre 2013…>>. Ecco il punto dolente, dunque: se la proposta di legge del Ministro di Giustizia vuole essere un “ponte” in attesa della riforma strutturale della materia, credo che essa sia da salutare con favore; ma il timore è che essa sia, invece, il modo più veloce per dimenticare la necessaria attuazione del piano carceri e il quanto mai urgente ripensamento delle misure alternative alla detenzione carceraria, a qualsiasi titolo applicata (si pensi, ad esempio, a quanto facilmente si potrebbe ottenere questo risultato dilatorio se venisse modificato il termine di efficacia, ad oggi tassativo, del 31/12/2013!).

Su questo aspetto auspico che l’attenzione e il pungolo dell’Avvocatura sul ministero rimangano elevati.

L’astensione dalle udienze degli avvocati penalisti

L’Unione delle Camere Penali ha indetto lo stato di agitazione dell’avvocatura penale, che si traduce nell’astensione dalle udienze (fatti salvi i processi con imputati detenuti), dal 14 al 18 novembre 2011.

Io ho ritenuto di aderire a questa agitazione, ma vorrei rendere chiaro – perché spesso questo non lo è a tutti – che lo “sciopero” degli avvocati è una misura estrema che però non difende interessi della categoria, ma risulta ampiamente giustificata dalla gravità dei temi su cui si deve tenere alta l’attenzione di tutti.

Riaffermare con forza la centralità del ruolo del Difensore nel processo penale, quale interprete insostituibile della difesa tecnica, denunciando i continui tentativi di svuotarne l’efficacia, significa rendere un servigio in termini di garanzie democratiche a tutti i cittadini, che devono essere utenti e non “vittime” del sistema giustizia.

Indebolire le garanzie difensive non garantendo la sacralità delle conversazioni tra avvocato ed assistito, ed anzi utilizzandone il contenuto in sede processuale; ritardare l’iscrizione nel registro degli indagati per poter interrogare una persona già indiziata di reato, senza la presenza del Difensore; svilire la funzione del Difensore o tentare di intimidirne l’azione attraverso iniziative giudiziarie; tutto ciò costituisce una realtà che stiamo già vivendo in nome di un malinteso senso di giustizia.

Contro questa violazione inaccettabile della funzione difensiva, che ha dignità costituzionale nell’ambito di un “giusto processo”, e contro l’inerzia del legislatore nel varare una seria riforma della professione forense, con rinnovati criteri di accesso, di specializzazione e di controllo, ho deciso di aderire, per la mia parte, al segnale forte dell’Avvocatura penale. Ciò nella convinzione che questo sacrificio richiesto a una parte di cittadini che in questi cinque giorni non avranno giustizia, vada nell’interesse ed a garanzia di tutti.